Cosa succede ora sulla Brexit? Almeno 5 i possibili scenari

Londra – L’accordo sulla Brexit raggiunto da Theresa May con Bruxelles a novembre è affondato, vittima di una parlamento diviso – anche e soprattutto nei ranghi della maggioranza Tory -, ma nella stragrande maggioranza ostile al testo portato a casa dalla premier. Il problema è che una maggioranza chiara, e politicamente gestibile, non si vede per ora neppure su nessuno dei possibili scenari alternativi: almeno cinque, secondo gli ultimi conteggi dei media britannici.

1. SCIOGLIMENTO DEL PARLAMENTO ED ELEZIONI ANTICIPATE – E’ l’obiettivo a cui punta in prima istanza il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, che per ora è stato battuto nella sua mozione di sfiducia contro il governo May, ma potrebbe riprovarci.

2. NO DEAL – Se nessuna delle alternative all’accordo bocciato fa breccia in Parlamento, l’iter della Legge sul recesso dall’Ue (Whithdrawal Bill) già approvata dalle Camere prevede che la sera del 29 marzo 2019 il Regno Unito esca dal club europeo senz’intesa di sorta. Anche a costo d’innescare un terremoto immediato su economia, dogane e confini. Il governo – sulla carta – può del resto comunicare la scelta di questa via senza metterla ai voti, a partire dal 21 gennaio, e a quel punto a Westminster non resterebbe che prenderne atto.

3. SECONDO VOTO SULL’ACCORDO – L’esecutivo, dopo il no alla ratifica, è tenuto in base a un emendamento approvato appena pochi giorni fa a preparare un nuovo piano d’azione e tornare ai Comuni entro tre giorni lavorativi. Ma il Parlamento potrebbe prendere in mano la situazione, puntando a una riforma del regolamento che mira a dare priorità alle mozioni dell’aula rispetto a quelle del governo e a sottrarre al consiglio dei ministri il controllo del calendario. Sempre ammesso di trovare in aula una maggioranza trasversale.

4. RINEGOZIAZIONE COMPLESSIVA CON L’UE – Un quarto scenario è quello di chiedere l’estensione del termine negoziale almeno di qualche mese per la Brexit, innescato con la notifica britannica dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona nel marzo 2017, per tornare al tavolo della trattativa nella speranza di rivedere da cima a fondo l’intesa. Si tratta tuttavia di una prospettiva dilatoria legata alla disponibilità di Bruxelles e tutta da concretizzare. Nel caso, le ipotesi alternative più gettonate sono il modello di una Brexit più soft proposto dal Labour (con permanenza definitiva del Regno nell’unione doganale e rinuncia ad accordi commerciali autonomi con Paesi terzi); quello ancor più soft ribattezzato ‘Norvegia Plus’ (permanenza non solo nell’unione doganale, ma anche nel mercato unico, con obbligo di non mettere in discussione la libertà di movimento delle persone); o infine il ‘Canada Plus’ prediletto dai brexiteers (di fatto un mero accordo di libero scambio rafforzato coi 27).

5. REFERENDUM BIS (NO BREXIT?) – E’ lo sbocco invocato dai sostenitori più convinti del fronte Remain e conta sull’appoggio (maggioritario, ma non totale) del gruppo laburista e su quello di qualche decina di conservatori ‘moderati’, oltre che dei partiti minori d’opposizione. A sollecitarlo è pure un movimento di piazza che auspica un nuovo ‘People’s Vote’ e che a ottobre ha radunato a Londra 700.000 persone. Ma per innescarlo serve in teoria l’ok del governo (che oggi non c’è) e il sostegno d’una maggioranza bipartisan tutta da inventare. Senza contare il timore di radicalizzare le divisioni nel Paese e i dubbi di legittimità sul tipo di quesito (solo sull’accordo May o con l’inserimento di una scelta esplicita in favore del ripensamento sulla Brexit?). E, last but not least, il fattore tempo, visto che secondo un team di costituzionalisti dell’University College of London per delineare il quadro normativo necessario a convocarlo occorrerebbero come minimo 22 settimane.