Da export a università e aziende, cosa rischia l’Italia con la Brexit

Roma – Attivato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, è partito il percorso che porterà la Gran Bretagna ad uscire dall’Unione Europea. L’Italia, secondo Standard & Poor’s sarebbe, insieme all’Austria, uno dei Paesi meno colpiti, il nostro interscambio di beni e servizi con la Gran Bretagna è intorno al 3% del Pil. Tuttavia l’Italia rischia comunque di pagare un conto che potrà essere compiutamente quantificato solo nei prossimi mesi in base alle scelte di Londra in ordine ai suoi rapporti con l’Unione Europea e i suoi cittadini.

  • Pil – “Le conseguenze della Brexit sono complessivamente quantificabili in una forchetta fra 0,5 e 1,0 punti percentuali di Pil complessivo nel biennio 2016-2017”. Queste, a settembre scorso, le previsioni del Governo nella nota di aggiornamento al Def. I numeri saranno rivisti a breve in occasione della presentazione del nuovo Def al Parlamento. Di recente, il capo economista dell’ Ocse Catherine Mann ha parlato di un’effetto Brexit sull’export italiano corrispondente all’1% nel 2018.
  • Effetto sterlina – Dal referendum sulla Brexit, cioè dello scorso giugno ad oggi, la sterlina ha continuato a indebolirsi sui mercati valutari sia contro il dollaro, sia contro l’euro. Per stare alla moneta unica: prima del referendum, per comprare una sterlina occorrevano 1,31 euro, dopo il referendum ne bastavano 1,20, oggi il pound è scambiato a 1,16 euro. Il rafforzamento dell’euro sulla sterlina rischia di penalizzare le esportazioni italiane come quelle europee.
  • Il ‘Made in Italy’ a rischio – Da luglio a dicembre dell’anno scorso, le esportazioni italiane si sono contratte dello 0,5%, permettendo comunque all’Italia di chiudere con un +0,5%. Ma il peggio potrebbe arrivare proprio nel 2017. A luglio Sace prevedeva un calo dell’export verso la Gran Bretagna valutato fra il 3 e il 7% cioè una perdita che oscillava fra i 600 milioni e 1,7 miliardi di euro. A giorni usciranno nuove stime. Dai dati grezzi comunque emerge una tendenza della Gran Bretagna a riposizionarsi verso i Paesi extra Ue.
  • La dieta mediterranea e la City – Nel 2015 i prodotti agroalimentari Made in Italy esportati in Gran Bretagna hanno segnato un valore di 3,2 miliardi. Dopo il referendum Brexit è iniziato un calo dei flussi. Secondo Coldiretti per l’agroalimentare il calo è stato del 9%. Un conto particolarmente salato lo sta pagando l’olio di oliva ha ha visto dopo il referendum un crollo del 13%.
  • Studenti e cervelli penalizzati – In Gran Bretagna lavorano e studiano oltre 600mila italiani, dei quali si stima più di 450mila solo a Londra. Per gli italiani studiare in Inghilterra potrebbe diventare più costoso infatti fino ad oggi i cittadini europei hanno pagato una retta annuale per l’Università di 9mila sterline (12mila euro), la stessa che pagano i britannici, mentre per gli “studenti internazionali” (cioè quelli non-Ue) è la retta è più alta, e varia dalle 14mila alle 19mila sterline (dai 16 ai 22mila euro). C’e’ quindi il rischio di un aumento delle rette universitarie per gli europei se dovessero venire trattati come gli extra-Ue. Non solo potrebbero essere svantaggiati anche i ricercatori italiani (e i ricercatori in genere) infatti in Inghilterra i fondi per la ricerca vengono finanziati dall’Unione Europea.
  • Aumenta quota Italia a bilancio Ue – Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue tutti i paesi potrebbero dover aumentare la loro quota di partecipazione al bilancio Ue. L’Italia finora pagava 17 miliardi e 693 milioni. In futuro potrebbe essere chiamata a versare fino a 19 miliardi. Cioè 1 miliardo e 307 milioni in più.
  • Aziende italiane – I Paesi più esposti al rischio Brexit, dal pnuto di vista commerciale, sono la Germania e la Francia. Ma anche l’Italia ha importanti rapporti commerciali con il Regno Unito, e le imprese italiane tengono il fiato sospeso. Il rischio che potrebbero affrontare è di doversi scontrare con dazi e barriere. Secondo l’agenzia Ice, il Regno Unito è il quarto mercato per l’export italiano: vale il 5,4% dell’export, nel 2015 l’interscambio commerciale è stato di 33,1 miliardi di euro con un +5,9% rispetto al 2014 e un saldo positivo per il nostro paese di 11,9 miliardi. Ma quanto c’è dell’Italia in termini di aziende e fatturato nel Regno Unito? Secondo i dati aggiornati al 2014 dell’agenzia Ice, nella top 10 delle aziende italiane la fanno da padrona quelle che si occupano di energia, aerospazio e difesa. Al primo posto, infatti, troviamo Finmeccanica, seguita da CNH Industrial (Fca) e Prysmian Metal. Subito ai piedi del podio, la lista prosegue con Indesit, Eni Uk, Jas Forwarding Worldwide, Pirelli Tyres e LDH La Doria. Chiudono la classifica Saipem e Worldwide Duty Free Group (che però dal 2015 è diventata di proprietà svizzera). Il fatturato totale ammonta a 24 miliardi e 379 milioni di sterline.