L’ora X della Brexit, dal referendum al divorzio: tutti i numeri e cosa cambia

Bruxelles – Oltre tre anni e mezzo: una strada lunga e punteggiata da incognite quella che ha portato dal referendum del giugno 2016 all’uscita del Regno Unito dall’Ue il 31 gennaio 2020. Il punto di non ritorno della Brexit è ormai raggiunto. Dal primo febbraio il Regno Unito manda in archivio poco più di 47 anni di storia comune con l’Ue, di partnership recalcitrante e spesso contrastata, ma non priva di vantaggi reciproci, e torna – salvo ipotetici ripensamenti di un futuro incerto e indeterminato – al suo destino insulare. Ma cosa cambia in concreto? Nell’immediato poco, visto che il vero distacco dalle regole e dai paletti attuali – sul mercato unico, le dogane condivise, la libertà di movimento delle persone, la giurisdizione della Corte di Giustizia europea – ci sarà solo alla fine del cosiddetto periodo di transizione ‘soft’ verso il divorzio fissata al momento per il 31 dicembre 2020. E tuttavia qualcosa d’importante, anche in termini simbolici, si consuma in effetti hic et nunc. Come tanto di ammainabandiera.

  • TERRITORIOCon l’uscita del Regno Unito, l’Ue perde oltre 66 milioni di cittadini e 248.536 chilometri quadrati del suo territorio, tanto che anche il centro geografico esatto dell’Unione post-Brexit si sposterà di 60 chilometri, da Westerngrund al piccolo villaggio di Gadheim, (entrambe in Baviera), dove in un grazioso e curato giardino del paesino, già campeggiano le bandiere tedesca ed europea.  L’Unione perderà per la prima volta un pezzo (un Paese) nella sua storia di allargamenti successivi: ritrovandosi con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%.
  • ISTITUZIONI – La caduta dei simboli – via l’Union Jack dai palazzi di Bruxelles, via i vessilli europei dai templi del potere britannico – suggella il sipario su un’epoca. Il Regno Unito torna a essere Paese terzo, come era stato fino al 1973, e rinuncia a 73 deputati, lasciando liberi seggi ridistribuiti in parte fra vecchi membri del club (46, di cui 3 all’Italia) e in parte tenuti in frigo per i prossimi soci balcanici (27). Londra rinuncia poi al suo commissario europeo ed esce immediatamente dai vertici dei 27: il primo ministro Boris Johnson non sarà più invitato ai Consigli europei, il suo governo e i suoi diplomatici non parteciperanno più ad alcuna riunione e non avranno voce in capitolo nelle decisioni prese d’ora in avanti, pur continuando a contribuire al bilancio comunitario sino a esaurimento della transizione. I cittadini britannici vengono inoltre esclusi dai concorsi per posti di funzionari Ue.
  • I DIRITTI DEI CITTADINI – E’ uno dei temi più delicati del divorzio, date le implicazioni familiari e personali, oltre che politiche, che porta con sé. Si stima che nel Regno Unito risiedano oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400.000 italiani registrati all’anagrafe consolare (oltre 700.000 calcolando a spanne anche i non registrati). Mentre i britannici sparsi per il continente sono indicati in 1,2 milioni. In base dell’accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno – da una parte e dall’altra – i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza: quasi come se la Brexit per loro non ci fosse. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l’introduzione di nuove regole secondo un regime d’immigrazione che in Gran Bretagna significherà sostanziale equiparazione fra europei ed extracomunitari, passaporti obbligatori e non più carta d’identità per entrare, norme più stringenti per restare a lavorare, visti (per quanto facilitati) per i turisti.
  • IL NEGOZIATO BIS – Esaurite le trattative sulla separazione, il team negoziale europeo di Michel Barnier dovrà nei prossimi mesi discutere le relazioni future a passo di carica con la nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui entreranno nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto d’incontri continui. In ballo c’è, in primis, il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a “zero dazi e zero quote”; ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. Col rischio di un nuovo cliff edge (un orlo del precipizio, se non proprio un no deal a scoppio ritardato) destinato a riproporsi fra 11 mesi.
  • ECONOMIASulla base dei dati della Commissione europea per il periodo 2014-2020, con la dipartita di Londra si creerà un buco di almeno 13,462 miliardi di euro nel prossimo bilancio comunitario, attualmente in discussione. Un contributo significativo, anche perché, con un prodotto interno lordo di quasi 2.400 miliardi di euro, nel 2018 l’economia britannica si è confermata la seconda più grande nell’Ue, dopo quella tedesca. I settori più importanti dell’economia del Regno Unito nel 2018 sono stati il commercio all’ingrosso e al dettaglio, i trasporti e i servizi alberghieri e di ristorazione (17,9%), la pubblica amministrazione, la difesa, l’istruzione, la sanità e l’assistenza sociale (17,5%) e l’industria (14,1%). Inoltre, nel 2018 il Regno Unito ha esportato per il 47% all’interno dell’Ue (Germania 10%; Francia e Paesi Bassi 7%; e Irlanda 6%). Nei Paesi extra-Ue ha invece esportato per il 13% negli Usa e per il 6% in Cina. L’import è stato per il 53% dai partner dell’Ue: Germania 14%, Paesi Bassi 8% e Francia 5%; mentre dai Paesi extra-Ue, il 10% dagli Usa ed il 9% dalla Cina. L’interscambio tra l’Italia e il Regno Unito è rallentato nel 2019, -1,7% a novembre, mentre in termini comparativi, la Penisola è il nono partner commerciale di Londra.

Le tappe più significative che, dal referendum del 2016, hanno portato al divorzio:

  • 23 giugno 2016. Nel Regno Unito si tiene il referendum per scegliere se lasciare o meno l’Ue: prevalgono i favorevoli all’uscita, i ‘Leave’, con il 52%, rispetto al 48% dei ‘Remainer’. Il premier conservatore David Cameron, che aveva indetto il referendum e guidato la campagna per il ‘Remain’, annuncia le sue dimissioni.
  • 11 luglio 2016. Theresa May conquista la leadership Tory, è nuovo primo ministro. L’euroscettico Johnson è ministro degli Esteri.
  • 29 marzo 2017. May invia al presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk la lettera che fa scattare l’Articolo 50. Si fissa inoltre al 29 marzo 2019 la data per l’uscita dall’Ue.
  • 18 aprile 2017. May annuncia elezioni anticipate.
  • 8 giugno 2017. Alle elezioni il Partito Conservatore perde la maggioranza: per rimanere alla guida del governo May è costretta a trovare un accordo con gli unionisti nordirlandesi.
  • 8 luglio 2018. Dopo mesi in cui May tenta di delineare un accordo, arrivano le dimissioni del ministro per la Brexit David Davis, il giorno dopo quelle di Johnson seguito da altri. In totale in 18 lasciano entro l’anno.
  • 25 novembre 2018. Regno Unito e Ue raggiungono un accordo sui termini per l’uscita di Londra dall’Ue, che deve essere approvato da Westminster e dal Parlamento europeo.
  • 13 dicembre 2018. Criticata per il suo accordo sulla Brexit, May è costretta a promettere le dimissioni prima delle elezioni.
  • 15 gennaio 2019. Il governo perde il primo voto a Westminster sulla Brexit, è la peggiore sconfitta parlamentare nella storia.
  • 20 marzo 2019. Obbligata dal parlamento, May chiede all’Ue una proroga fino al 30 giugno. L’Ue offre due date: il 22 maggio se l’accordo è approvato, altrimenti il 12 aprile.
  • 11 aprile 2019. May chiede un altro rinvio, i leader Ue ne accordano uno “flessibile”, fino al 31 ottobre, ma se l’accordo viene approvato Londra può decidere di lasciare prima.
  • 23 maggio 2019. Si tengono anche nel Regno Unito le elezioni europee, il giorno successivo May annuncia fra le lacrime le sue dimissioni da Downing Street.
  • 23 luglio 2019. Boris Johnson diventa leader del partito Conservatore, entra a Downing Street da primo ministro.
  • 28 agosto 2019. Il parlamento britannico è ‘sospeso’ per cinque settimane. Ma un mese dopo la Corte Suprema dichiara la decisione illegittima e i deputati tornano a Westminster.
  • 19 ottobre 2019. Johnson è costretto a chiedere a Bruxelles un altro rinvio. L’Ue lo concede, fino al 31 gennaio.
  • 29 ottobre 2019. La House of Commons approva la data del 12 dicembre per le nuove elezioni.
  • 12 dicembre 2019. Dalle urne esce una netta maggioranza per i conservatori di Boris Johnson.
  • 23 gennaio 2020. Il testo di legge per il divorzio di Londra dall’Ue diventa legge.
  • 29 gennaio 2020. Il parlamento europeo approva l’accordo sulla Brexit.
  • 31 gennaio 2020: il Regno Unito lascia ufficialmente la Ue alle 23 di Londra, la mezzanotte nell’Europa centrale.