Brexit: stretta di Londra sui migranti dal 2021, stop a chi non parla inglese

Londra – Il Regno Unito si prepara a stringere le maglie dei suo confini con l’Europa per il dopo Brexit. E lo fa annunciando, a partire dal 2021 e dalla fine della transizione concordata con Bruxelles, un drastico quanto contestato giro di vite sugli ingressi futuri dei migranti “a bassa qualificazione”, senza contratto di lavoro preventivo e deboli nella lingua inglese: inclusi quelli che dal prossimo anno busseranno alle porte dell’isola dall’Italia e dall’Ue. La riforma, messa in cantiere da tempo dal governo di Boris Johnson secondo un’interpretazione tutta british del modello di filtro a punti degli ingressi ideato in Australia, suscita polemiche nel Regno – dal mondo sindacale, a quello di alcune categorie imprenditoriali, alle opposizioni in Parlamento – e allarmi al di là della Manica. Ma è stata illustrata e difesa oggi a spada tratta dalla ministra dell’Interno, Priti Patel, figlia d’immigrati indiani e falco della destra Tory più euroscettica, appena confermata nell’incarico.

Stando ai piani di Downing Street, la fine della libertà di movimento con il resto dell’Europa segnerà l’avvio di una nuova era nella quale non basterà più la carta d’identità per entrare nel Regno, anche solo a fini turistici, ma occorrerà il passaporto. E soprattutto s’imporrà l’obbligo d’un visto per chi vorrà fermarsi più a lungo nel Paese per lavorare, che potrà essere concesso solo ai richiedenti – europei e non – a cui verrà attribuito uno score minimo di 70 punti. Il sistema di punteggio è concepito per favorire l’afflusso di persone “di talento” e ridurre invece gli arrivi di chi ad esempio – come succede oggi a numerosi giovani italiani – mette un piede sull’isola senza conoscere bene l’idioma per cercare poi di farsi assumere in mansioni sottopagate tipo cameriere o lavapiatti per provare a impararlo. E prevede l’assegnazione di 10 o 20 punti (a seconda delle diverse voce) soltanto a chi avrà già in tasca proposte d’impiego da 25.600 sterline all’anno in su (oltre 30.000 euro al cambio odierno), titoli di studio specifici (come i Phd), qualificazione per settori con carenza occupazionale nel Paese, padronanza della lingua.

Le forze d’opposizione hanno contestato ad alta voce la stretta governativa, sostenendo che il modello australiano filtra ma incoraggia l’immigrazione utile, mentre le versione di BoJo e di Priti Patel minaccia di scoraggiarla tout court. Il Labour ha chiesto di garantire almeno eccezioni in settori strategici come la sanità, dove molti ruoli, specialmente infermieristici, sono coperti oggigiorno in buona larga parte da personale proveniente dall’estero. Mentre i Liberaldemocratici hanno accusato il governo addirittura di “xenofobia”. E la leader degli indipendentisti scozzesi dell’Snp, Nicola Sturgeon, first minister dell’esecutivo locale di Edimburgo, ha denunciato il rischio di conseguenze “devastanti”, almeno a breve termine, per l’economia britannica e dalla Scozia in particolare. Reazioni allarmate sono venute pure dalla trincea tradunionista. Christina McAnea, sindacalista nel pubblico impiego, ha evocato “un disastro assoluto nel sistema sanitario nazionale” (Nhs) con queste modifiche e problemi generali di copertura occupazionale in altri settori in cui, anche con l’attuale afflusso di lavoratori immigrati, non si riesce a rispondere al momento alla domanda”. Sulla stessa linea alcuni rappresentanti dell’agroalimentare britannico, a iniziare da Minette Batters, leader del Sindacato nazionale agricoltori, che ha detto di temere “conseguenze gravi” in una realtà nella quale “l’automazione non è ancora un’opzione praticabile”. La Confindustria del Regno Unito (Cbi) ha dal canto suo elogiato certi aspetti della riforma prossima ventura, non senza manifestare riserve sui rischi di limitazioni troppo stringenti per il reperimento di forza lavoro da parte del business. Patel ha tuttavia replicato che il mondo dell’impresa potrà contare ancora sugli oltre 3,2 milioni di cittadini Ue che già lavorano nel Regno (non toccati dalle nuove regole, al pari di coloro che si registreranno come residenti entro il 30 giugno 2021 attraverso il cosiddetto EU Settlement Scheme). E per il resto dovrà “abbandonare” la caccia al lavoro degli immigrati “a basso costo”, investendo piuttosto sui lavoratori britannici o nello “sviluppo dell’innovazione tecnologica”. Quasi come a dire: più robot e meno stranieri.