Politica di coesione: Italia 2ª beneficiaria in Ue dei fondi strutturali con 76,1 miliardi

Bruxelles – Capita spesso di leggere che una chiesa o un ponte siano stati ristrutturati con i fondi europei. Ma cosa significa? Chi decide quanti soldi spettano all’Italia e come si ripartiscono le risorse nei vari settori?

L’Ue finanzia progetti negli Stati membri in due modi: con i fondi diretti e con quelli indiretti, detti anche strutturali.

I fondi diretti vengono erogati direttamente dall’Ue e riguardano programmi specifici, come per esempio Erasmus (che tecnicamente, nella sua attuale evoluzione allargata non solo agli studenti, ha preso il nome di Erasmus+), o Horizon 2020 per la ricerca e l’innovazione.

I fondi strutturali, che sono quelli economicamente più rilevanti, passano attraverso gli stati membri e gli enti locali. Si tratta, come abbiamo visto nel primo di questa serie di approfondimenti, di cinque grandi contenitori: il fondo per lo Sviluppo regionale (Fesr), quello Sociale (Fse), quello di Coesione, il Fondo agricolo per lo sviluppo rurale (Feasr) e quello per il Mare e la pesca (Feamp). A cui si aggiunge l’Iniziativa europea per l’occupazione giovanile. L’Unione ha stanziato 44,65 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 attraverso i cinque fondi strutturali.

Dopo la Polonia (105 miliardi), l’Italia è il secondo maggiore beneficiario dei cinque fondi strutturali. Per il periodo 2014-2020, al nostro Paese sono destinati complessivamente 44,65 miliardi di euro dal bilancio comunitario (calcolando i 5 fondi menzionali nel capitolo precedente), distribuiti in 75 programmi, tra nazionali e regionali. A cui si aggiungono cofinanziamenti italiani per 31,45 miliardi, per un totale complessivo quindi di 76,1 miliardi (qui tutti i dati nel dettaglio).

La politica di coesione, il cui obiettivo fondamentale è quello di favorire crescita e occupazione, aiutando allo stesso tempo le aree economicamente meno sviluppate a mettersi in pari con le altre, dispone complessivamente di 460 miliardi di euro (oltre un terzo del bilancio totale dell’Ue, pari a 1.087 miliardi) e si avvale principalmente di tre fondi : Sviluppo regionale, Sociale e, appunto, Coesione. Quest’ultimo però non è disponibile in Italia, perché è riservato agli Stati membri con un Pil pro capite inferiore al 90% della media Ue.

La maggior parte dei fondi Ue destinati all’Italia rientrano nella politica di coesione. Sotto questo cappello troviamo circa 31,76 miliardi di euro: due terzi attraverso il Fondo europeo di sviluppo regionale e l’ultimo terzo attraverso quello sociale. Oltre 22 miliardi sono destinati a cinque regioni del Sud: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Altri 9 miliardi coprono Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Sardegna, Abruzzo e Molise. Mezzo miliardo è impiegato in programmi per favorire l’occupazione giovanile.

Ai due fondi strutturali europei che alimentano in Italia la politica di coesione si aggiungono i cofinanziamenti nazionali: complessivamente, il Fondo europeo di sviluppo regionale mobilita nel periodo 2014-2020 in Italia risorse per 12,5 miliardi, mentre il Fondo sociale muove 7,5 miliardi.

COME FUNZIONANO I DUE FONDI – Come mostra il video (che è stato realizzato dalla Regione Umbria ma il meccanismo è lo stesso per tutte le Regioni), il Consiglio europeo nel 2010 ha adottato la strategia Europa 2020, che rappresenta un quadro politico generale di obiettivi da realizzare entro la fine del decennio. All’interno di questo quadro è inserita anche la politica di coesione. Nel 2013, con l’approvazione del bilancio pluriennale 2014-2020, sono stati pubblicati anche i regolamenti relativi ai fondi strutturali. L’Italia, come gli altri Stati membri, ha siglato un accordo di partenariato con la Commissione Ue, che ripartisce le risorse tra le Regioni e delinea i principali indirizzi per la spesa. Ciascuna Regione ha elaborato un proprio piano strategico regionale, col quale ha definito cosa fare con le risorse che le spettano nel settennato all’interno del perimetro di priorita’ tematiche stabilite a livello europeo dal quadro generale, e declinate nell’accordo di partenariato nazionale.

L’impiego del Fesr e del Fse passa attraverso i Programmi operativi nazionali (Pon) di ministeri e agenzie nazionale, ma soprattutto attraverso i Programmi operativi regionali (Por). Ciascuna Regione ne redige uno per ciascun fondo (salvo alcune eccezioni), e lo sottopone alla Commissione europea. Ottenuto l’ok da Bruxelles, partono i bandi.

COSA CONTENGONO I PROGRAMMI OPERATIVI REGIONALI –  Ma cosa c’è nei Por? Quelli legati ai Fesr si concentrano sulla ricerca, l’innovazione, l’accesso a internet, la competitività delle pmi, la sostenibilità ambientale. Quelli collegati al Fse sono dedicati soprattutto a lavoro, istruzione, la formazione e la ricerca, in un’ottica di equità e inclusività.

Ciascuna Regione predispone una serie di bandi, attraverso i quali imprese, enti e associazioni possono chiedere un finanziamento per i propri progetti. Per accedere a questi bandi, occorre consultare il sito della propria Regione, nel quale sono elencate le opportunità e le modalità di candidatura.

Un buon punto di partenza per iniziare la ricerca è questa pagina del sito di Opencoesione.

COME SI PERDONO I FONDI STRUTTURALI – Le regole dell’Unione europea sull’uso dei fondi di coesione sono molto stringenti. Ogni spesa effettuata è sottoposta a vari gradi di verifica, sia a livello locale che Ue, cosa che spesso allunga i tempi per i rimborsi e la chiusura dei programmi stessi. Oltre a eventuali frodi o accertamenti riguardanti spese non giustificate, il peggior nemico di chi gestisce l’utilizzo delle risorse comunitarie è il tempo.

Con l’avvio dell’attuale settennato 2014-2020, i vari Stati Ue hanno concordato con Bruxelles una tabella di marcia sulla uso delle risorse, che è direttamente connessa alla cosiddetta regola “N+3”. I 75 Pon e Por sono stati divisi in tranches, ognuna delle quali stabilisce una quota minima di pagamenti da effettuare entro il 31 dicembre del terzo anno successivo all’annata di riferimento. Per il 2014, i pagamenti vanno quindi chiusi entro il 2017; per il 2015 entro il 2018; e così via fino al 2023. Se entro i tempi stabiliti tale somma non viene spesa, scatta la tagliola del “disimpegno automatico”, cioè la perdita delle risorse già stanziate. Dopo la scadenza “light” del 2017, in cui le somme da spendere erano relativamente modeste per permettere l’avvio dei nuovi programmi, il 31 dicembre 2018 è quindi la prima vera prova del fuoco per i Paesi Ue.

L’Italia è storicamente conosciuta come un Paese che non brilla per efficienza nell’assorbimento dei fondi comunitari. L’inefficienza della pubblica amministrazione, la lentezza delle decisioni politiche e anche casi di frodi accertati dalla magistratura sono stati spesso la causa della cattiva gestione delle risorse stanziate,. Da qualche anno l’Ue e l’Italia stanno cercando d’invertire la tendenza attraverso i Piani di rafforzamento amministrativo.