25 Paesi Ue per la Difesa comune europea, selezionati i primi 17 progetti

BRUXELLES – E’ salito a venticinque il numero dei paesi dell’Ue che hanno firmato l’impegno a partecipare alla Pesco, la cosiddetta ‘Cooperazione permanente per la sicurezza’, prevista dal Trattato di Lisbona, primo passo verso un sistema integrato di difesa comune. Il 13 novembre si era raggiunto l’accordo con 23 Paesi Ue, mentre cinque erano stati i Paesi che si erano sfilati: oltre alla Gran Bretagna in uscita (che però ha dato il via libera politico, assicurando che non si opporrà) e alla Danimarca che ha l’opt-out sin dalla ratifica del Trattato di Lisbona, anche Malta, Portogallo e Irlanda. Proprio questi ultimi due si sono ora aggiunti, notificando la loro decisione il 7 dicembre. La decisione è stata adottata al Consiglio Esteri Ue l’11 dicembre.

L’alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, e la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, hanno definito la giornata della firma, il 13 novembre scorso, “una giornata storica” per l’Europa. Mentre il portavoce ed il capo di gabinetto di Jean-Claude Juncker hanno esultato via Twitter: “La bella addormentata si è svegliata”. E’ chiaro il riferimento storico al mattone della difesa comune, che “per 60 anni” (soprattutto per l’opposizione britannica, ma per decenni anche francese) non era mai stato neppure possibile immaginare di mettere nella costruzione europea. Dopo il referendum sulla Brexit è diventato realtà in meno di un anno e mezzo. “Si realizza una parte importante del sogno di De Gasperi che negli anni ’50 del secolo scorso morì con questa spina nel cuore”, ha osservato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano. “A pensarci a ritroso: quanto saremmo più avanti con la costruzione di un’Europa più unita e più forte se si fosse realizzato allora questo disegno…”, ha aggiunto il titolare della Farnesina. La firma della cosiddetta “notifica congiunta”, consegnata nelle mani di Mogherini, è stato solamente il primo passo formale per la costruzione di una difesa comune.

Il Consiglio Esteri dell’11 dicembre ha quindi formalizzato la costituzione della Pesco. La nascita della Pesco nella vulgata degli euroscettici equivale a quella di un “esercito europeo”. Cosa che in realtà non è, visto che la sovranità sulle forze armate resta ai singoli paesi. Nella sintesi di un diplomatico: “Gli europei hanno deciso quale macchina usare insieme. Ora sarà più facile discutere l’obiettivo del viaggio comune”. Durante il Consiglio Esteri, gli Stati hanno selezionato una prima lista di 17 progetti, che vanno dalla formazione allo sviluppo delle capacità della difesa, che sarà adottata dal Consiglio europeo a inizio 2018.

L’obiettivo principale è aumentare l’efficienza dello strumento militare europeo, fare economie di scala negli acquisti, ridurre il numero esorbitante di diversi sistemi d’arma, facilitare il movimento delle truppe entro i confini Ue e stimolare gli investimenti su progetti comuni. Elemento fondamentale di quello che nasce come un accordo tra governi è la sua natura “vincolante” rispetto agli obiettivi decisi in comune. Strumento decisivo per la riuscita sarà poi il Fondo europeo per la difesa, lanciato dalla Commissione europea e che – quando sarà a pieno regime dopo il 2020 – sarà dotato di almeno 5,5 miliardi di euro l’anno per gli investimenti nella ricerca e lo sviluppo per l’industria militare. Cosa che aprirà per l’Italia “interessanti possibilità”, come ha sottolineato Pinotti. Mentre Alfano ha ricordato che così si è messo in campo uno “strumento essenziale” per la politica estera dell’Europa soprattutto verso l’Africa.