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Guerra fredda Londra-Bruxelles: seconda fase verso rinvio, sì a Great Repeal Bill

Bruxelles - "Chiarimenti utili su molti punti, ma nessun progresso decisivo sui soggetti principali". A tre mesi dall'inizio ufficiale dei negoziati, il divorzio tra la Gran Bretagna e l'Unione europea vive, come previsto, una fase di stallo. Le trattative sono difficili, le questioni in ballo moltissime. Il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, al termine del terzo round di negoziati che si è tenuto a Bruxelles nell'ultima settimana di agosto, in una conferenza stampa col segretario di Stato britannico David Davis, ha aggiunto: "Siamo lontani dal dire che sono stati raggiunti progressi sufficienti" per passare alla fase successiva. Nel frattempo, nel Regno è stato approvato, dopo uno scontro frontale, il Great Repeal Bill, la legge quadro che revoca con la Brexit la potestà legislativa dell'Ue sul Regno Unito e assorbe nella legislazione nazionale le norme europee, per poi decidere quali tenere e quali no.

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CONTO FINANZIARIO - Il punto di maggior attrito, durante gli incontri, è stato quello sul conto Ue. "E' giusto dire che abbiamo posizioni molto diverse", ha affermato Davis, mentre Barnier ha sollecitato a "trovare una soluzione", al di là della "flessibilità e dell'immaginazione", invocata da Davis. Secondo il britannico Sunday Times, e a dispetto del muro contro muro delle dichiarazioni pubbliche, il governo conservatore di Theresa May sarebbe pronto ad accettare di pagare l'equivalente di 50 miliardi di sterline: un conto piuttosto salato, per quanto da spalmare su tre anni, e che tuttavia consentirebbe di sbloccare la trattativa (a patto di risolvere le altre questioni preliminari, quella dei diritti dei cittadini Ue residenti nel Regno e quella del confine irlandese) per passare a discutere di relazioni future, commerciali in primo luogo.

L'indiscrezione del domenicale del gruppo Murdoch non trova conferme al momento. Fonti di Downing Street, anzi, negano tutto. Smentite di rito a parte, comunque, l'ipotesi del 'compromesso' da 50 miliardi avanzata dal Sunday Times potrebbe non essere campata per aria. Il giornale chiede del resto di attendere un mese e mezzo per una controprova, sostenendo che il 'segreto' sul presunto patto valga solo fino a dopo la Conferenza annuale d'ottobre del Partito Conservatore di una ancora traballante Theresa May.

Dai palazzi di Bruxelles, il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, ha ribadito che Bruxelles non intende concedere sconti sugli impegni finanziari. "Tutte le decisioni prese a 28 devono essere rispettate a 28", ha detto, definendosi "molto deluso" per il fatto che il Governo di Londra abbia fatto "un passo indietro rispetto a quanto annunciato a luglio" sulla volontà di rispettare tutti gli impegni finanziari del Regno Unito verso la Ue. "In gioco c'è la fiducia e la credibilità di quanto viene firmato dai governi", ha sottolineato Barnier dopo aver ricordato che "nel 2013 il quadro finanziario pluriennale" del bilancio europeo "è stato firmato dal premier David Cameron" ed esso prevede pagamenti che possono essere fatti fino a 4 anni dopo la conclusione dell'esercizio di bilancio.

DIRITTI DEI CITTADININel frattempo, sul versante britannico, prende forma il piano del governo britannico per ridurre l'immigrazione dall'Ue dopo la Brexit, e si prospetta una decisa stretta agli ingressi che ha scatenato una bufera. A dare fuoco alle polveri è stato il Guardian pubblicando un documento dell'Home Office di 82 pagine in cui si elenca una serie di possibili misure. Fra queste, è previsto che la libera circolazione dei lavoratori finisca subito dopo l'uscita del Regno dall'Unione, che venga scoraggiato l'ingresso di lavoratori non qualificati con permessi di residenza della durata di massimo 2 anni, e che sia introdotto l'obbligo del passaporto alla frontiera. Un vero e proprio "giro di vite" per molti osservatori subito finito sotto accusa da più parti. Nonostante qualche timida rassicurazione da parte dell'esecutivo Tory - come quella del ministro della Difesa Michael Fallon che nega la volontà di chiudere le porte - è stata la premier Theresa May a chiarire che, almeno a parole, lei intende tagliare drasticamente gli ingressi nel Paese. Durante il Question Time ai Comuni, ha affermato che l'immigrazione deve scendere a "livelli sostenibili", intendendo al di sotto della soglia dei 100mila nuovi ingressi l'anno, il target a lungo promesso ma ampiamente mancato dagli ultimi governi conservatori.

La bozza del documento dell'Home Office, datata agosto 2017, punta a dare priorità ai britannici nell'accesso al mercato del lavoro. Prende di mira in particolare i lavoratori con bassa specializzazione, rispetto ai quali May ha affermato che il forte afflusso di manodopera straniera finisce col penalizzare i cittadini meno abbienti. Ma anche per i lavoratori Ue altamente qualificati sono proposti permessi di residenza, un po' più lunghi, da 3 fino a 5 anni. Fra le altre potenziali restrizioni, quelle riguardanti i ricongiungimenti familiari, col rischio che molte famiglie siano così divise, e quelle per gli studenti dal continente che prevedono una maggiore padronanza dell'inglese e il controllo della loro disponibilità finanziaria.

Una delle reazioni più critiche è stata quella del sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan: "Il documento è un esempio di hard Brexit ed è un piano che rischia di soffocare l'economia di Londra" con conseguenze "catastrofiche".

Ancora prima che il loro futuro sul suolo inglese si chiarisse, 33mila cittadini Ue hanno lasciato il Regno Unito dopo il referendum sulla Brexit del giugno 2016, segnando così il più grande deflusso dal Paese da circa 10 anni a questa parte: è quanto emerge dagli ultimi dati pubblicati dall'Ufficio nazionale di statistica (Ons), secondo quanto riporta Sky News. Questo fenomeno ha contribuito a un calo del tasso netto di migrazione nel Regno Unito (la differenza tra immigrati ed emigrati) ai minimi degli ultimi 3 anni. In particolare, la migrazione netta è scesa a 246.000 unità nel periodo aprile 2016-marzo 2017, 81.000 in meno rispetto ai 12 mesi precedenti. Si tratta dei primi dati di questo genere pubblicati dopo le elezioni politiche di giugno. Oltre la metà del calo, spiega l'Ons, è dovuta all'aumento del numero di cittadini Ue che hanno abbandonato il Paese: dei 33.000 che hanno fatto le valige, 17.000 provenivano da Paesi entrati nell'Ue nel 2004, come Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia.

Ma tempi peggiori potrebbero arrivare: 1 milione di cittadini Ue che lavorano nel Regno Unito, infatti, pensano, o già progettano, di lasciare il Paese. Emerge da un sondaggio condotto dalla società di consulenza Kpmg, secondo cui si tratta in gran parte di persone altamente specializzate, in possesso di diploma di laurea e dottorato. La ragione principale è da ricercare nel fatto che si sentono "meno benvenuti e apprezzati" dopo il referendum sul divorzio britannico dall'Ue, oltre al fatto che il Regno non è più quel luogo che li aveva attratti. Molti di loro inoltre sono pro Unione e contrari alla Brexit.

GREAT REPEAL BILL - La tensione è ulteriormente aumentata col dibattito a Westminster sul Great Repeal Bill, la cruciale legge quadro che revoca con la Brexit la potestà legislativa dell'Ue sul Regno Unito e assorbe nella legislazione nazionale l'intera massa delle norme europee per poi decidere quali tenere, quali riformare, quali abrogare. La legge è stata approvata, dopo tre giorni di dibattito tirato e a tratti aspro, nella notte tra lunedì 11 e martedì 12 settembre da parte dei deputati britannici: 326 i sì, 290 i no. Numeri che dicono come il gruppo conservatore, puntellato dalla destra unionista nordirlandese del Dup, ma anche da singoli deputati dell'opposizione, abbia tenuto a dispetto di patemi, malumori e mugugni. Sulla trincea avversa, i toni da battaglia del Labour di Jeremy Corbyn, affiancato in questa sfida da Libdem e indipendentisti scozzesi dell'Snp, non sono bastati per ora a 'sfondare'. Con l'approvazione da parte della Camera dei Comuni del Great Repeal Bill, la Gran Bretagna ha segnato così una tappa chiave nell'accidentato cammino verso la Brexit; la zoppicante maggioranza del governo Tory di Theresa May è riuscita a far passare con uno scarto più netto del previsto la tentacolare legge quadro destinata allo scoccare del divorzio da Bruxelles a cancellare l'European Communities Act del 1972, con cui il Regno Unito era entrato a far parte delle comunità europea. La premier conservatrice britannica ha parlato di momento "storico" per il Paese, che offre "certezza e chiarezza" e una base solida per le trattative sul divorzio da Bruxelles. Ma lei stessa ammette che c'è ancora molto da fare. Alcuni deputati Tory, spaccati al loro interno, minacciano infatti di ribellarsi nei successivi passaggi della legge e chiedono che sia emendata. Il Labour, che si era opposto al provvedimento, ha affermato di essere "profondamente deluso" dal voto e tenterà ora di modificarne il testo proponendo nuovi emendamenti durante il vaglio da parte di una commissione della Camera dei Comuni.

In gioco c'era e c'é il destino di ben 19.000 norme e direttive europee che regolano tuttora una miriade di fattispecie nella vita e negli affari dei cittadini britannici e di coloro che risiedono sull'isola. Norme che quando l'addio all'Ue diverrà formale, presumibilmente nel 2019, avrebbero lasciato un vuoto gigantesco se non importate nel corpus legislativo del Regno. Di qui la necessità della Great Repeal Bill: unica alternativa a un divorzio "caotico", nelle parole pronunciate dal ministro per la Brexit, David Davis, in uno dei suoi ultimi appelli in favore del sì e ripetute subito prima del voto dal titolare della Giustizia, David Lidington. L'ok, per quanto strappato con il richiamo alla disciplina di partito, mette se non altro un punto fermo, sebbene non appaia certo risolutivo per diradare le nebbie d'un Paese nel quale i consumi del 2017 potrebbero scendere al livello più basso da 4 anni (complici l'inflazione e la sterlina debole) e già monta la pressione per sfondare il tetto sull'aumento dei salari nel pubblico impiego.

Il Repeal bill, da qui lo scontro frontale, intende attribuire al governo poteri correttivi speciali dello statuto legislativo del Regno, senza passare ogni volta per un voto del parlamento. Questi poteri sono conosciuti come i poteri di Enrico VIII, il re inglese che fondò la Chiesa anglicana realizzando lo scisma con la Chiesa cattolica di Roma, che poteva legiferare per decreto, obbligando tutti i cittadini a obbedire a queste misure come se fossero atti emessi dal parlamento. I laburisti pensano che questo disegno di legge intenda dare al governo poteri che spettano solo al parlamento o alle amministrazioni locali, create con la devolution dall’esecutivo Blair alla fine degli anni Novanta.

QUESTIONE IRLANDESE - Giovedì 7 settembre la Commissione ha presentato un position paper sull'Irlanda, in cui è ribadita la volontà di continuare a rispettare quanto previsto dall'accordo di pace del Venerdì Santo e la conseguente libera circolazione tra Eire e Irlanda del Nord, e quattro documenti specifici sulla proprietà intellettuale, le dogane, gli appalti pubblici e sulla protezione dei dati (portando così a 14 il totale dei documenti tecnici prodotti dalla Ue). Sulle soluzioni per l'Irlanda, dove la Ue ha ribadito che non dovrà "mai esserci una frontiera fisica", "non ci siamo ancora", e viene chiesto al governo di Londra di presentare proposte - ha specificato Barnier - che consentano ai cittadini di godere della libertà di circolazione, ma anche che l'Irlanda continui a fare pienamente parte del mercato unico. "La creatività e la flessibilità nelle soluzioni non possono essere trovate a spese del mercato unico: non sarebbe leale", ha evidenziato il capo negoziatore Ue.