Le urne in Essen segnano l’addio di Merkel, in Germania si chiude un’era nel 2021

Berlino – Angela Merkel ha annunciato l’uscita dal Bundestag dopo la fine della legislatura in corso, nel 2021. In questo modo sarebbe escluso un nuovo cancellierato. Merkel ha escluso di assumere in futuro ruoli in Europa. In Germania si chiude un’era. A consegnare lo schiaffo decisivo alla cancelliera le urne dell’Assia, dove domenica la Cdu ha perso oltre dieci punti, tocca il risultato peggiore dal 1966 e gli alleati Verdi hanno trionfato.  Nessuno però si aspettava che, passata la notte, si arrivasse alla giornata storica dell’annuncio di Angela Merkel dell’addio alla politica a fine legislatura, e della rinuncia alla presidenza del partito già a dicembre. Le batoste elettorali a Monaco e Francoforte hanno prodotto il terremoto immaginato da Wolfgang Schaeuble: e proprio gli oltre dieci punti ceduti ai Verdi e all’ultradestra dell’Afd (la Cdu ha preso il 27%) nel Land di Volker Bouffier, dove la cancelliera è scesa in campo mettendoci la faccia, hanno accelerato i tempi sulla comunicazione di una decisione “maturata prima dell’estate”.

L’uscente Volker Bouffier, fedelissimo della cancelliera, continuerà a governare la regione di Francoforte e nel suo bilancio chiarisce subito che nessuna coalizione potrà essere fatta contro la Cdu. Veri sconfitti della serata sono stati i socialdemocratici, che tuttavia trattano il risultato con cautela. Chiedono che l’Unione smetta di litigare (un modo implicito per puntare il dito contro Horst Seehofer, il ministro bavarese che ha mandato in crisi il governo due volte in pochi mesi) e annunciano verifiche sulla possibilità di continuare a lavorare insieme. Ma non è una vera messa in discussione della Grosse Koalition. Anche perché, se l’alleanza saltasse davvero, lo scenario più plausibile sarebbe il voto, che in questa fase potrebbe rivelarsi fatale per il partito di Andrea Nahles e Olaf Scholz. Di fronte a una caduta di oltre 10 punti, Bouffier ha saputo immediatamente guardare il bicchiere mezzo pieno: “È una serata dai sentimenti contrastanti. È doloroso pensare ai voti perduti, ma abbiamo anche visto che lottare vale la pena. Avevamo due obiettivi: restare la prima forza politica del Land e ottenere che nessuna coalizione fosse possibile contro di noi. Li abbiamo raggiunti entrambi”. Una reazione in linea con la segretaria generale Annegret Kramp-Karrenbauer, la quale si è congratulata per aver “evitato la coalizione rosso-rosso-verde”. Esultano nelle stesse ore gli ecologisti, dati al 19,6% (11,1%): “L’Assia non è mai stata così verde prima d’ora”, ha affermato Annalena Baerbock, che condivide la presidenza con Robert Habeck. Siamo felici di questo storico miglior risultato dei verdi in Assia”, ha aggiunto, rendendo onore al ministro dell’Economia uscente, Tarek Al Waziri, che ha guidato il partito al trionfo di stasera. Di “sconfitta amara” ha parlato invece il candidato di punta dei socialdemocratici, Thorsten Schaefer-Gumbel, che ha visto il partito scivolare al 19,6% (dal 30,7 del 2013), in un testa a testa con i verdi, che si confermano tendenzialmente in grado di diventare seconda forza politica tedesca. Fra i vincitori indiscussi della serata c’è poi l’ultradestra di Afd, che entra nel parlamentino del Land (ed è presente così in tutti e 16) con un risultato a due cifre, il 12,8% (l’altra volta fallì l’obiettivo e restò al 4,1). Festeggiano anche i liberali che con il 7,8% (avevano il 5) potrebbero esser decisivi, e si mettono a disposizione per la coalizione Giamaika.

I TREDICI ANNI DI ANGELA – Qualche mese fa, diversamente dal solito, Angela Merkel accettò di rispondere a una domanda sulla memoria del suo cancellierato: “A me sta a cuore l’Europa, vorrei essere ricordata per il mio impegno su questo”. Le sue parole passarono quasi inosservate in Germania, ma era un indizio della decisione annunciata a sorpresa oggi: il ritiro dalla politica, dopo questa legislatura. Il suo quarto mandato sarà anche l’ultimo, come fu per Helmut Kohl e Konrad Adenauer. Diversamente da questi, però, se la cancelliera riuscisse davvero a portarlo a termine, senza cadere negli scacchi degli avversari, potrebbe avere il tempo di lavorare alla successione, e il privilegio di autodeterminarsi nell’uscita. Lasciare i suoi incarichi – è da 18 anni presidente della Cdu e da 13 al timone del Paese – “con la dignità con cui li ha svolti”, come ha auspicato oggi esplicitamente. Adenauer fu costretto alle dimissioni all’inizio del quarto governo, nel 1963, Kohl fu battuto alle elezioni da Gerhard Schroeder, era il 1998. L’ambizione di Merkel sarebbe, invece, chiudere il percorso in modo indolore, con la scadenza naturale del 2021. È evidente infatti che la cancelliera oggi paga il conto delle sconfitte in Baviera e in Assia e rinuncia alla candidatura alla presidenza del partito a dicembre – un parziale passo indietro – ma non si fa mandare a casa. E annuncia la resistenza, pur aprendo “una strada verso il futuro” nella Cdu, con l’intenzione di portare avanti fino in fondo il suo compito. C’è un che di ‘gattopardesco’ nel passo di stamani. Promette il cambiamento – scontato peraltro, perché nessuno ha mai immaginato una quinta candidatura, dopo la lunga gestazione della quarta – chiedendo di non far fallire il suo esecutivo.

“Una volta ho detto, non sono nata cancelliera. Non l’ho mai scordato”, ha ripetuto oggi la figlia del pastore protestante che si trasferì nell’est della Germania oltre la cortina di ferro diventando una ‘ossi’ e che oggi ha 64 anni. E a chi le ha chiesto cosa farà dopo, ha dedicato una vena d’ironia: “Non mi preoccupa certo il pensiero che non mi venga nulla in mente”. Qualsiasi cosa si voglia pensare di lei, la scienziata laureata in fisica arrivata alla politica tardi da una Ddr che Kohl capì di dover coinvolgere nelle sorti della Bundesrepublik, la donna che ama riposarsi col marito, accademico di fama, fra i laghi solitari del Brandeburgo, non è il classico politico attaccato alla poltrona. Il suo profilo personale è più complesso, più ricco di così. Per la politica ritenuta a lungo una calcolatrice fredda, bravissima nella tattica piratesca con gli altri partiti e priva di visione, poi maturata nella leader che ha dovuto affrontare la crisi dell’euro e quella dei migranti, c’è certamente in gioco il rapporto con la memoria. Il bilancio della sua opera si rileverà complesso: sarà ricordata per il coraggio della svolta energetica, con l’addio al nucleare nel 2011; per la leadership austera e inflessibile, segnata dal suo ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che mise la Grecia nell’angolo, costringendola a durissime riforme; e per la generosità con cui aprì le porte del paese nel 2015 a un milione di migranti, attirandosi l’ostilità dell’est. Nel suo ritratto per i posteri ci saranno insieme la candidatura al Nobel per la pace per la solidarietà ai siriani, anche nel tentativo di riscattare i tedeschi dall’inestinguibile eredità dell’olocausto, e il baffetto hitleriano con cui compariva sui manifesti delle proteste di piazza ad Atene. Ma nell’Europa minacciata dalla Brexit e alle prese con la sfida dei populisti, andare avanti e reggere al comando senza disorientare la Germania significa per la Frau di ferro per cui tifava Obama anche un gesto di responsabilità. Non solo nei confronti dei tedeschi.

Quando Angela Merkel giurò per il suo primo mandato da cancelliera, il 22 novembre 2005, la Ue e l’euro erano il faro del mondo. Tredici anni dopo, quando la ‘zarina’ annuncia la sua uscita di scena, l’Europa è divisa come non mai: gli inglesi hanno scelto la Brexit, la moneta unica lotta per sopravvivere, il consenso per la Ue in Italia è passato dal livello massimo tra i 28 a quello più basso in assoluto, il fantasma neonazista si riaffaccia in Germania e nel Parlamento europeo, il nazionalismo è al massimo dal dopoguerra, la Grecia è finita praticamente in bancarotta ed altri quattro Paesi di Eurolandia hanno avuto bisogno di dolorosi salvataggi. Lo schianto economico-finanziario, sotto la guida del socio di sempre Wolfgang Schaeuble, Angela Merkel lo ha gestito tutto sommato bene. A travolgerla è stato lo tsunami di migranti cui aprì le porte nell’agosto del 2015. Un errore politico che ha pagato fin da subito nel suo stesso partito, e che ha avuto ricadute su tutti i governi europei. Paradossalmente, il suo famoso ‘Wilcommen’ a tutti quelli che scappavano dalle guerre ha dato l’avvio alla battaglia su migranti e accoglienza in Europa. Combattuta con mezzi sempre più pesanti, fino alla chiusura dei porti italiani della scorsa estate. Sacerdotessa del compromesso storico, ideatrice della Grosse Koalition tra i democristiani della sua Cdu/Csu ed i socialdemocratici della Spd, Merkel aveva esportato il suo metodo anche nelle istituzioni europee, oggi espressione dei due maggiori partiti Ppe e Pse. Ma ora il metodo rischia di andare in crisi anche a Bruxelles. Il leader dei Verdi che l’hanno sconfitta due volte, in Baviera e Assia, Robert Habeck, ha parlato di “fine di un’era: quella delle grandi Volksparteien”, i grandi partiti di massa che hanno governato per 70 anni il continente europeo. Con l’uscita di scena di Merkel, alchimista del compromesso, che sull’altare del consenso interno ha spesso sacrificato i partner europei (ad esempio bloccando per anni dossier vitali come l’Unione bancaria), le europee del 2019 diventano di fatto un referendum sul futuro dell’intero continente. Ora, anche l’asse franco-tedesco all’improvviso vacilla. E il cantiere delle riforme dell’Eurozona avviato con Macron dovrà rinviare i lavori a data da destinarsi. Il presidente francese continua a chiedere un’Unione monetaria sempre più integrata anche se ristretta, con un suo bilancio e un suo ministro. Ma la sua voce è sempre più sola.