Non torneremo tutti in ufficio, il telelavoro resterà: i vantaggi e i rischi

Bruxelles - Il telelavoro è destinato a restare anche finita la pandemia. A dirlo è uno studio sull'impatto del lavoro digitale sui lavoratori e le società prima e dopo il Covid pubblicato dalla commissione Lavoro del Parlamento europeo. Non torneremo tutti in ufficio quindi, ma arriveranno le 'modalita' ibride', rapporti di lavoro che combinano l'impegno in remoto con quello in ufficio. In Italia, secondo le stime dell'Osservatorio Smart Working, il numero di lavoratori in remoto ha già superato i 5 milioni, contro i 570mila del 2019, passando dall'8% al 40% dei rapporti lavorativi. Uno dei balzi più impressionanti d'Europa dovuto anche alla reticenza italiana pre-pandemia allo smart working, con il nostro Paese che nel 2015 era addirittura ultimo nella classifica europea per percentuale di lavoratori con accordi di lavoro remoto. In media in Europa la quota di coloro che hanno iniziato a lavorare da casa a causa del Covid-19 è circa del 37%, con picchi oltre il 50% in Paesi come Finlandia, Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi dove lo smart working era già ben rodato prima della pandemia.

Tra gli aspetti positivi delle nuove forme di lavoro, il Parlamento europeo indica la maggiore flessibilità di tempo e luogo, la maggiore autonomia lavorativa e il migliore equilibrio tra vita privata e lavoro. Aumentano inoltre le opportunità per le persone con disabilità, per i lavoratori anziani, e donne con responsabilità di assistenza. Anche i datori di lavoro godono di vantaggi specialmente dovuti ad una significativa riduzione dei costi di produzione. Tra gli effetti positivi sul lungo termine anche il possibile abbassamento delle emissioni dovute alla riduzione degli spostamenti e la riqualificazione delle aree extraurbane.

Tanti però anche i rischi individuati dagli esperti, come la frammentazione della forza lavoro, lo spostamento sui lavoratori dei costi di connessione e delle attrezzature, l'allungamento della giornata lavorativa, il senso di isolamento e l'aumento dei rischi per la salute psicofisica dei lavoratori dovuti alla mancanza di spazio e di attrezzature ergonomiche. Gravi anche le conseguenze a livello sociale come l'emersione di nuove disuguaglianze occupazionali tra coloro che possono permettersi il telelavoro e coloro che non possono per mancanza di competenze o attrezzature e l'aumento dell'esposizione ai problemi della violenza domestica per le lavoratrici.

Per mitigare i rischi gli Stati membri stanno correndo ai ripari e 21 Paesi hanno già introdotto una nuova legislazione per regolare gli aspetti del telelavoro. Punto fondamentale nelle nuove regole il "diritto alla disconnessione", già presente in Belgio, Francia, Italia e Spagna, e in discussione in diversi Paesi europei. Dal canto suo, il Parlamento europeo lo ha già sancito lo scorso gennaio, dando luce verde a una proposta di direttiva che stabilisce che fuori dall'orario di lavoro si ha tutto il diritto di spegnere telefonini e computer e disconnettersi dagli apparati elettronici. Sindacati e parti sociali in tutta Europa chiedono anche la parità di retribuzione e trattamento tra telelavoratori e altri lavoratori, supporto aziendale per la formazione di competenze digitali e copertura dei costi delle apparecchiature di telelavoro da parte delle aziende. Per ovviare alle conseguenze dell'isolamento invece diverse aziende stanno istituendo sportelli di ascolto e supporto all'interno degli uffici del personale.

I VANTAGGI PER L'AMBIENTE, CON INCENTIVI MENO SMOG IN CITTÀ - Stando allo studio "Homeworking" di Carbon Trust (associazione non a scopo di lucro istituita nel 2001 per aiutare le Organizzazioni a ridurre il loro impatto ambientale) e commissionato dal Vodafone Institute for Society and Communication, il think-tank europeo del Gruppo Vodafone, lo smart working aiuta a tagliare l'anidride carbonica nell'aria delle città e se l'Italia favorisse il telelavoro potrebbe risparmiare fino a 8,7 megatonnellate di Co2 equivalente all'anno, pari a 60 milioni di voli da Londra a Berlino.

La ricerca - condotta in cinque Paesi europei (Repubblica Ceca, Germania, Italia, Spagna, Svezia) e nel Regno Unito - ha calcolato la quantità di carbonio risparmiato grazie al lavoro da remoto prima e durante la pandemia e ha elaborato una proiezione per il futuro, valutando pendolarismo ed emissioni degli uffici. Lo studio suggerisce che nella corsa ad azzerare i gas serra al 2050 i governi, le imprese e le amministrazioni locali dovrebbero favorire il telelavoro per accelerare la decarbonizzazione nei trasporti, nell'edilizia, nella fornitura di energia. Il pre-requisito è che si investa in infrastrutture digitali (senza lasciare nessuno indietro), mobilità elettrica, efficienza energetica e fonti rinnovabili.

La Germania, secondo lo studio, ha il maggior potenziale di risparmio annuale di carbonio (12MtCO2e), l'equivalente di oltre 80 milioni di voli di sola andata da Londra a Berlino, è stato calcolato. Poi c'è l'Italia e a seguire Gran Bretagna (4,1MtCO2e), Spagna (3,9), Svezia (0,25) e Repubblica Ceca (0,15).

La performance dell'Italia è la migliore fra i sei Paesi - prima, durante e dopo il Covid - se si considera il risparmio per telelavoratore individuale. Per ogni italiano che lavora da casa, lo studio calcola dal 2022 in poi un risparmio di oltre una tonnellata (1.055 kg) di Co2e. Lo studio stima anche che in futuro circa 8,23 milioni di posti di lavoro in Italia (36%) potranno essere da remoto e che le persone in media lavoreranno da casa circa due giorni alla settimana (1,9). Prima del Covid l'Italia con 1,6 era il Paese con meno giorni a settimana e durante la pandemia é rimasta in coda con 2,7 giorni. Durante il lockdown il numero di lavoratori da remoto in Italia è salito fino a 6,58 milioni (secondo l'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano) che si è tradotto in un risparmio di emissioni di carbonio di 1,861 chilogrammi di CO2e per ciascuno (+112% rispetto al periodo pre-Covid).

Dallo studio emerge infine che gli uffici incidono molto sulle emissioni di carbonio, e su questo fronte l'Italia é fanalino di coda per la scarsa efficienza energetica degli edifici e per sistemi di riscaldamento a gas. La Svezia, invece, ha poco da risparmiare avendo già standard elevati, dice lo studio nel raffronto fra i due Paesi.