Sull’Europa l’ombra della recessione, a picco l’industria italiana e dell’Eurozona

Roma – E’ un’ondata di gelo quella che a fine 2018 ha travolto l’industria europea. Con un implacabile effetto domino, la produzione è andata a picco praticamente ovunque e nessuno dei big è stato risparmiato: Spagna, Francia, Gran Bretagna, fino ai maggiori produttori manifatturieri del vecchio continente, Germania e Italia. Il crollo è stato tanto pesante che proprio in Germania e in Italia inizia ad aleggiare sempre più minaccioso lo spettro di una nuova recessione. Una crisi di ritorno che a catena potrebbe diffondersi nel corso del 2019 in tutta Europa e che potrebbe, in uno scenario drammatico per l’economia globale, combaciare con un nuovo temibile arretramento anche degli Stati Uniti. Il governo, a partire dal premier Giuseppe Conte, ridimensiona l’allarme parlando di dati attesi sulla scia di quelli europei, rassicura sul fatto grazie alla manovra la situazione migliorerà. Il vice premier Matteo Salvini assicura che se ci sarà crisi l’Italia sarà preparata (“Faremo il contrario degli altri governi – dice – Noi mettiamo i soldi in tasca ai cittadini”) mentre il leader M5s, Luigi Di Maio pronostica come addirittura possibile un secondo boom economico, sulla falsariga di quello degli anni ’60. Oltre 50 anni fa fu la costruzione delle autostrade a trainare l’economia, oggi potrebbero essere, secondo il vicepremier, “le autostrade digitali”.

I numeri però parlano da soli. A novembre 2018 l’Istat ha registrato una caduta della produzione del 2,6% su base annua e dell’1,6% rispetto ad ottobre. Sul calo ha influito “l’effetto
ponte” legato alla festività del primo novembre (caduta di giovedì) ma, scorrendo le statistiche, il dato non può essere interpretato solo così. Tanto più che l’Istat parla di una debolezza destinata a persistere. Su sedici settori produttivi, solamente tre hanno messo a segno andamenti positivi (alimentari e tabacco, prodotti farmaceutici e altre industrie). Per tutti gli altri i dati sono in rosso e il rosso è particolarmente profondo per il settore auto, a picco del 19,4% rispetto a novembre 2017 e dell’8,6% rispetto ad ottobre. Non a caso l’industria automobilistica, fondamentale per la Germania e ormai indelebilmente segnata dalle conseguenze dello scandalo dieselgate, è la stessa che ha mandato a picco anche la produzione tedesca, scesa dell’1,9% rispetto ad ottobre. Secondo Eurostat, la produzione europea nel solo mese di novembre rispetto a ottobre è crollata: nella zona euro è scesa dell’1,7%, nella Ue-28 dell’1,3%. A ottobre era aumentata di 0,1% in entrambe le aree. Su base annuale è crollata del 3,3% nell’area euro e del 2,2% nella Ue-28. Il calo più ampio si registra in Irlanda (-7,5%), Portogallo (-2,5%), Germania e Lituania (-1,9%). In Italia confermato il calo di 1,6%, già pubblicato dall’Istat. Su base annua, cioè rispetto a novembre 2017, la produzione industriale in Irlanda ha perso il 9,1%, in Germania il 5,1%, la Spagna il 2,8% e l’Italia il 2,6%. Nella zona euro a novembre la produzione dei beni capitali è scesa del 2,3%, i beni durevoli di 1,7%, quelli intermedi di 1,2%, i non-durevoli dell’1% e l’energia di 0,6%. Tra i Paesi dove la produzione industriale è invece aumentata maggiormente ci sono l’Estonia (+4,5%), la Grecia (+3,1%) e Malta (+2,6%).

I segnali in arrivo dagli Usa non sono peraltro più incoraggianti. Tra guerra commerciale con la Cina, shutdown e altalena dei mercati, il rischio di recessione americana nei prossimi dodici mesi viene considerato sempre più concreto dalla maggioranza degli economisti. Se in America si parla però di prospettive future, in Italia il pericolo potrebbe essersi già concretizzato. In attesa dei prossimi dati Istat sul quarto trimestre, dopo quelli negativi del terzo, chiusosi con un calo del Pil dello 0,1%, gli analisti di Intesa SanPaolo, di Oxford Economics e di Unicredit parlano di recessione tecnica verificatasi nella seconda parte del 2018 che influenzerà negativamente anche il 2019. Un peso, rilevano, potrebbe avere avuto l’incertezza finanziaria legata al percorso della legge di bilancio, risolto positivamente grazie all’accordo con l’Unione europea, arrivato tuttavia troppo tardi per imporre una sterzata positiva agli ultimi tre mesi dell’anno. Di certo il contesto preoccupa anche imprenditori e sindacati. Confcommercio esprime preoccupazione per ”una sfavorevole chiusura del 2018 con conseguenze negative per il 2019″ che sarà un anno di sfide difficili. Per la leader Cisl, Annamaria Furlan il dato è “un segnale preoccupante che può avere ripercussioni sull’occupazione: serve una sterzata”. Parla di ”preoccupante campanello d’allarme anche il segretario generale della Uil Carmelo Barbagallo che chiede di ridurre le tasse sui lavoratori per rilanciare i consumi.