May s’inchina ai falchi. Ma l’Ue è ferma: l’accordo sulla Brexit non si cambia

Londra – Altro giro, altra corsa. Il piano B di Theresa May sulla Brexit è l’ennesima tappa d’un andirivieni: il voto del 29 gennaio ai Comuni le dà il mandato per “tornare a Bruxelles” e cercare di ottenere dall’Ue nel giro di due settimane, entro il 13 febbraio, ciò che non le è riuscito di portare a casa in due anni. Ossia un accordo non dissimile da quello chiuso a novembre con l’Ue – ma poi affondato a Westminster in sede di ratifica – purché alleggerito dei vincoli del backstop sul confine aperto in Irlanda (il nodo impossibile da sciogliere) per renderlo digeribile a una maggioranza risicata di deputati con l’auspicato ritorno all’ovile dei falchi Tory brexiteers e dagli alleati unionisti nordirlandesi del Dup. Un obiettivo – che si associa peraltro a un primo impegno esplicito contro lo spettro di un no deal e a un mezzo disgelo almeno su questo punto con il leader laburista Jeremy Corbyn – rispetto a quale l’Europa chiude in ogni modo seccamente la porta: non si rinegozia nulla, taglia corto Donald Tusk. Come puntello “per rendere chiaro all’Ue ciò che il Parlamento britannico vuole”, la premier si appoggia a un emendamento alla mozione con cui oggi ha avviato la ripresa del dibattito ai Comuni. Emendamento promosso dall’euroscettico sir Graham Brady in modo da impegnare il governo a tornare alla carica con l’Ue per provare a strappare “soluzioni alternative” al backstop; fatto successivamente proprio dall’esecutivo; e approvato infine di misura con 317 voti contro 301. Di fatto si tratta di un precario arrocco. Del tentativo di uscire dallo stallo rimettendo insieme i cocci della coalizione originaria di governo aggrappandosi al mantra del rispetto della volontà popolare pro Brexit espressa nel referendum del 2016. Ma si tratta di una mossa che rischia di non fare i conti con l’oste. Vale a dire con l’atteggiamento dell’Ue, dove per ora ogni rinegoziazione sostanziale appare fuori questione. In attesa della ripresa dei contatti diretti con May, che Downing Street ha annunciato da subito, il presidente francese Emmanuel Macron è il primo a rispondere picche. E dopo il voto ai Comuni tocca al presidente del Consiglio europeo chiarire: “L’accordo raggiunto è e resta il migliore ed unico modo per assicurare una uscita ordinata della Gran Bretagna dall’Ue. Il backstop è parte di quell’accordo, che non è aperto a nuovi negoziati”.

“Il dibattito e il voto di ieri ai Comuni non cambia questo: l’accordo di divorzio non sarà rinegoziato“, ha detto in seguito il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker intervenendo davanti al Parlamento europeo. L’accordo attuale “resta il solo e il migliore possibile, lo abbiamo detto a novembre, ribadito in dicembre e poi a gennaio”. “Il voto a Londra ha acuito il rischio di un’uscita non ordinata e quindi dobbiamo continuare a prepararci per tutti gli scenari, anche i peggiori” ha sottolinato Juncker. Tuttavia, “sono ottimista di natura”, cosa che “mi porta a credere che ci sarà un accordo con il Regno Unito. Lavoreremo giorno e notte per farlo accadere e per assicurare che siamo pronti in caso contrario”, ha sottolineato, aggiungendo che la premier britannica Theresa May “aveva dato il suo impegno personale” per evitare un ritorno a una frontiera dura con l’Irlanda, ma “nessuna rete di sicurezza potrà mai essere sicura se è a durata determinata”“Per noi l’accordo di recesso è e resta l’unico, il migliore per garantire un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Ue”, gli ha fatto eco il capo negoziatore Ue Michel Barnier alla miniplenaria dell’Eurocamera a Bruxelles. “Il backstop fa parte dell’accordo di recesso che non sarà rinegoziato – ha aggiunto -. Questo backstop non è dogmatico è una soluzione realistica”. Barnier ha poi precisato che “l’Ue è pronta a lavorare a delle soluzioni alternative al backstop, come è stato chiesto ieri dalla Camera dei Comuni, ma dopo la firma dell’accordo di ritiro”.

Il percorso indicato da lady Theresa per districarsi dallo stallo in casa sua non esclude d’altronde l’ipotesi di un buco nell’acqua. Tanto da prevedere fin d’ora che ella torni in aula il 13 febbraio in tutti i casi. Sia con un nuovo accordo saltato fuori per miracolo; sia con una dichiarazione di fallimento accompagnata da ulteriori proposte sul da farsi: entrambi “emendabili” ed entrambi da sottomettere a un nuovo voto. Un voto che a quel punto sarà cruciale, a differenza di quelli indicativi di oggi. Ma la cui attesa non scioglie certo il velo dell’incertezza sulle alternative eventuali. Nei loro emendamenti presentati stasera, le opposizioni e la trincea dei dissidenti Tory pro Remain hanno provato invano a imporre al governo l’obbligo di chiedere all’Ue un rinvio della Brexit oltre la data fissata del 29 marzo, in caso d’impasse prolungata fino al 26 febbraio. Ma sono riusciti a far passare una mozione non vincolante (con 318 sì contro 310 no) contraria a qualsiasi ipotesi di no deal: uno scenario che Corbyn e molti altri (imprese, sindacati e capo degli 007 Usa inclusi) paventano come “catastrofico” per l’economia britannica. Uno scenario di fronte al quale, dopo i tatticismi delle ultime settimane, anche la premier ammette stasera a Westminster – a mo’ di conclusione del dibattito – d’essere allarmata. “Non voglio un no deal, ma non basta opporsi per evitarlo, serve dire sì a un deal”, avverte, rilanciando all’improvviso – malgrado l’ennesimo pomeriggio di scontri e di toni aspri – l’offerta di un confronto faccia a faccia al leader dell’opposizione. Un’offerta che stavolta Corbyn, stravolto quasi come lei, accetta. La sua precondizione di un impegno esplicito del primo ministro a dichiararsi contraria a un divorzio senz’accordo dall’Ue può considerarsi soddisfatta, dichiara. Tendendo una mano che potrebbe rivelarsi vitale, laddove l’idea di rinegoziare il backstop con Bruxelles entro due settimane dovesse rivelarsi, come sembra, un’illusione.