Trump contro tutti, dazi commercio al via il 23 marzo, per ora nessuna esenzione all’Ue

WASHINGTON – Sfidando la comunità internazionale, i mercati e le istituzioni finanziarie mondiali (ultimo in ordine di tempo Mario Draghi), il suo partito e alcuni ministri chiave, l’8 marzo Donald Trump ha varato i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio sulle importazioni da tutti i paesi del mondo – tranne in un primo momento Australia, Canada e Messico -, con una cerimonia in pompa magna alla Casa Bianca, davanti ai rappresentanti del settore. Ma, mentre 11 Paesi rispolverano il patto commerciale transpacifico (Tpp) in funzione anti-Usa, il tycoon ha scelto una soluzione “flessibile”, riservandosi di aumentare o abbassare i dazi in qualsiasi momento e di esentare provvisoriamente alcuni Paesi: come l’Australia, o il Canada e il Messico, quest’ultimi però solo in subordine ad una efficace rinegoziazione dell’accordo di libero commercio nordamericano Nafta. Il segretario al commercio Wilbur Ross ha spiegato che le eventuali esenzioni ad altri paesi saranno basate sugli interessi della sicurezza nazionale Usa, intesi in senso lato, dall’occupazione agli effetti su singole industrie. I dazi entreranno in vigore il 23 marzo.

“Saremo molto equi e molto flessibili”, ha insistito Trump. “Abbiamo relazioni molto buone con l’Australia, abbiamo un’eccedenza commerciale con questo paese formidabile, un partner di lunga data”, ha detto anticipando la sua esenzione dalle tariffe. “Faremo qualche cosa con altri Paesi”, ha proseguito, mostrandosi però molto critico con Berlino, e non solo sul commercio: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un pil molto più importante. Questo non è giusto”.

L’Ue ha già pronte misure di ritorsione sino a 3,5 miliardi di dollari su un’ampia gamma di prodotti americani, realizzati in particolare nei ‘red state’, per mettere in difficoltà Trump nelle elezioni di midterm. Anche la Cina, vero bersaglio per il suo eccesso di produzione sovvenzionata di acciaio, è sul piede di guerra e minaccia “un’appropriata e necessaria risposta”. “Scegliere la guerra commerciale è una soluzione sbagliata. Alla fine si danneggiano gli altri e se stessi”, ha affermato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Ma la risposta forse più preoccupante per gli Usa l’hanno già data gli undici Paesi che hanno firmato in Cile una nuova versione del Tpp, un accordo di libero scambio che copre 500 milioni di consumatori abbattendo i dazi. Tra i firmatari, che insieme rappresentano il 13,5% dell’economia mondiale, ci sono anche alleati di primo piano degli Stati Uniti, come Canada, Giappone e Australia. L’intesa era stata proposta negli anni scorsi da Barack Obama per fermare l’ascesa di Pechino ma poi Trump aveva deciso di uscirne: ora gli Usa ne diventano il bersaglio, mentre la Cina potrebbe essere spronata ad entrare.

LA GUERRA DI TRUMP – “L’industria dell’acciaio sta tornando, insieme a quella dell’alluminio, un sacco di fonderie sta aprendo grazie a quello che ho fatto”: il presidente americano si è giocato subito i dazi in campagna elettorale, con un comizio nel distretto metallurgico di Pittsburgh (Pennsylvania) a favore di un candidato repubblicano in una elezione suppletiva per un seggio alla Camera. Ma già pensa alle elezioni di Midterm e alla corsa per la Casa Bianca nel 2020, lanciando il suo nuovo slogan: “Keep America great!”, perché quello precedente, “Make America great again”, sta già diventando realtà, spiega. Il tycoon si era fatto precedere da un tweet in cui aveva ammonito la Ue, che sta tentato di strappare una esenzione dai dazi su acciaio e alluminio, a lasciar cadere le sue “orribili barriere e tariffe sui prodotti Usa”, minacciando altrimenti di tassare le auto ed altri prodotti. “Tenetevi pronti per i dazi, a nessuno dei nostri amici a Wall Street piacciono ma a noi sì, sono il mio baby”, ha rilanciato al comizio riferendosi alla Ue ed evocando tasse sulle auto tedesche, come Mercedes e Bmw. Nel mirino c’è tutta l’Unione Europea ma Trump continua a puntare il dito contro Berlino, il maggiore esportatore del vecchio continente in Usa, dall’acciaio alle auto, reo inoltre di pagare solo l’1% del pil in spese militari per la Nato.

LA RISPOSTA DELL’UE – Tanto che la ministra tedesca per l’economia, Brigitte Zypries, ha replicato duro che “le politiche di Trump stanno mettendo a rischio l’ordine della libera economia globale”. “Non vuole capire la sua architettura, che è basata su un sistema regolato di mercati aperti: chiunque lo metta in discussione, mina la prosperità, la crescita e l’occupazione”, ha aggiunto, sottolineando quanto sia importante per l’Europa ammonire “collettivamente” che ci possono essere contromisure e che non ci saranno “rotture” nell’alleanza dei sostenitori del libero commercio. Definendo i dazi “svantaggiosi per tutti”, la cancelliera Angela Merkel ha però evitato un “linguaggio marziale” sulla paventata guerra commerciale chiedendo che si curi il “canale del dialogo”. Preoccupatissima anche la Confindustria tedesca, che ha definito la decisione di Trump “un affronto”-
L’Europa finora è sembrata compatta, decisa nel frattempo a insistere nella richiesta di esenzione tariffaria in virtù dell’amicizia e dell’alleanza storica con Washington, così come Canada, Messico e Australia. Le trattative proseguiranno sino al 23 marzo, quando entreranno in vigore i dazi. L’alternativa sono contromisure su vari prodotti americani. Durante la trilaterale Ue-Usa-Giappone di sabato 10 marzo Bruxelles, l’Ue ha ribadito, questa volta insieme al Giappone, la sua “forte preoccupazione”, all’inviato americano, il responsabile del commercio estero a stelle e strisce, Robert Lighthizer. Insieme al ministro giapponese dell’economia Hiroshige Seko, la Commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstroem è stata chiara: “Essendo stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Unione europea deve essere esclusa dalle misure annunciate”, ha riferito in un tweet parlando di un “franco confronto” con la controparte americana. “Non c’è immediata chiarezza sulla procedura Usa per l’esenzione”, ha tenuto a precisare.

Per il vicepresidente della Commissione, Jyrki Katainen, se sarà necessario “l’Europa è pronta portare gli Usa al Wto”. E guai se Washington cercherà di dividere l’Unione attraverso trattamenti diversificati, cosa in cui spera invece Londra. “Ci aspettiamo che l’Unione sia trattata come un blocco unico, non possiamo accettare che sia divisa in categorie differenti”, ha sottolineato Katainen, ricordando che l’Ue ha regole rigide sugli aiuti di Stato che dovrebbero “rassicurare” gli Usa sul fatto che l’industria non riceve sussidi.  L’associazione degli industriali europei ha chiesto alla Ue una risposta “equilibrata ed in linea con le regole del Wto”. “I dazi non sono la via da seguire”, ha detto il premier Paolo Gentiloni in una telefonata con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, sottolineando quanto sia “importante proseguire nel dialogo” con gli Stati Uniti. “Nel prossimo Consiglio Europeo – ha aggiunto Gentiloni riferendosi all’appuntamento fissato per il 22 e 23 marzo a Bruxelles – valuteremo una posizione da assumere in comune“.

L’Eliseo ha fatto sapere di una telefonata di Macron a Trump in cui il presidente francese ha condiviso la lotta alle pratiche sleali ma ha espresso “vive preoccupazioni” per i dazi. E ha ammonito che “tali misure, prese nei confronti di Paesi alleati che rispettano le regole del commercio mondiale, non sarebbero efficaci per lottare contro le pratiche sleali, al contrario, rischierebbero di scatenare una guerra commerciale dalla quale tutti i Paesi coinvolti uscirebbero sconfitti”. Uno scenario che Bruxelles vuole evitare a tutti i costi, invocando una risposta comune ed unitaria. E proprio su questo punto Macron ha messo in guardia gli Stati Uniti sottolineando che “l’Europa risponderà in modo chiaro e proporzionato contro ogni pratica infondata e contraria alle regole del commercio mondiale”. Il tempo stringe. Entro due settimane scattano le tariffe doganali aggiuntive, “necessarie e appropriate”, ha ribadito Trump, “per proteggere la sicurezza nazionale”. A detta della Casa Bianca, però, nella telefonata tra il presidente Usa e quello francese Emmanuel Macron avvenuta venerdì 9 marzo, i due “hanno discusso di modi alternativi per affrontare le preoccupazioni Usa”. Forse un’apertura all’Ue, anche se Washington non precisa se il riferimento fosse in chiave bilaterale o europeo. E sabato a Bruxelles il suo inviato non si è sbilanciato. Intanto il segretario al tesoro, Steve Mnuchin, ha lasciato intendere che il capitolo esenzioni potrebbe riguardare anche gli alleati disposti a rafforzare i loro contributi alla Nato. Un vecchio cavallo di battaglia dell’amministrazione americana. Il ministro del Commercio Internazionale britannico, Liam Fox, ha invece annunciato una sua missione a Washington, spiegando che il Regno Unito cercherà di ottenere l’esenzione dagli annunciati dazi Usa offerta dal presidente Trump ai Paesi più “amici”.

CINA E GIAPPONE – Anche la Cina “non vuole una guerra commerciale e non sarà quella che ne comincerà una”, ha spiegato il ministro del Commercio Zhong Shan, ricordando la crescita record dell’ interscambio con gli Usa in questi 40 anni e definendo come “strutturale” il deficit americano. “Detto questo, siamo in grado di affrontare ogni sfida. Difenderemo con forza gli interessi del Paese e della sua gente”, ha aggiunto, senza però indicare come.
Pure Tokyo, che finora si è visto negare le esenzioni dai dazi, intende rispondere, ma non tramite contromisure come la Ue. “I provvedimenti che si basano sulle rappresaglie non servono gli interessi di nessuna nazione”, ha detto il ministro giapponese dell’Economia e del Commercio Hiroshige Seko, ritenendo che sia più opportuno riferirsi ai principi dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), “per evitare di scatenare una guerra che si fonda sulle ritorsioni commerciali”.  Ma anche questa strada appare complicata, incerta e lunga. Nel 2003 il Wto aveva stabilito che i dazi sull’acciaio imposti dall’allora presidente George W. Bush erano illegali perché non era provati i danni sull’industria americana. Ma Trump ha usato come giustificazione la minaccia per la sicurezza nazionale, una clausola ammessa dal Wto, che però non si è mai pronunciato su una disputa del genere. In ogni caso occorreranno almeno 18 mesi.  Durante la trilaterale, Seko ha chiesto direttamente al rappresentante del commercio Usa, Robert Lighthizer, un’esenzione dai dazi su acciaio e alluminino, senza successo. “Le esportazioni giapponesi di acciaio e alluminio non hanno un impatto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, e contribuiscono in forte misura all’occupazione Usa e la loro crescita economica”, ha ribadito il ministro giapponese.