C’è l’intesa su Brexit. Vertice Ue il 25/11, ma sarà decisivo Parlamento britannico

Bruxelles – Il D-Day della Brexit è scattato ieri sera da Downing Street: con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo – o alla maggioranza di loro – alla bozza d’intesa su un divorzio concordato dall’Ue definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà. La premier ha chiuso un’interminabile giornata, sfociata in cinque ore di riunione fiume del consiglio di gabinetto, con il via libera che chiedeva. Un via libera “difficile”, come ha riconosciuto in tono dimesso nel breve annuncio alla nazione fatto a seduta finita di fronte al portoncino al numero 10 di Downing Street. Ma rivendicato come la scelta migliore “nell’interesse nazionale di tutto il nostro Regno Unito” e come l’unica alternativa al rischio di dover “tornare alla casella numero uno del negoziato”: ossia come l’unica alternativa – nella narrativa di lady Theresa – allo spettro del ‘no deal’. Per May si tratta comunque di un modo per andare avanti sulla strada della Brexit, di rispettare il mandato popolare del referendum del 2016 e, alla fine, di “recuperare il controllo dei nostri confini, leggi e denaro”. Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario convocato per il 25 novembre l’iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dal club: il 29 marzo 2019.

Sui contenuti della bozza, spalmati in ben 500 pagine e sintetizzati in un libro bianco diffuso stasera, si sapeva già l’essenziale. Confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ‘ospiti’, sul conto di divorzio britannico da 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi, vi s’illustra nei dettagli anche la soluzione ‘a toppe’ architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord: con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles.

Soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare. Le prime conseguenze infatti sono arrivate questa mattina. Il ministro britannico per la Brexit, Dominic Raab, si è dimesso, spiegando: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”. “Il peggiore dei due mondi”, dicono all’unisono, da sponde opposte, il rampante conservatore euroscettico radicale Jacob Rees-Mogg e il vecchio ex primo ministro laburista eurofilo Tony Blair. Un’intesa che “non soddisfa né i sostenitori di Leave, né quelli di Remain come me”, insiste Blair, ricomparendo sugli schermi della Bbc per tornare a invocare quel secondo referendum che May continua categoricamente a escludere. La partita, del resto, è ancora tutta da giocare. E da giocare soprattutto in casa britannica, mentre l’Ue e il suo capo negoziatore Michel Barnier osservano e aspettano. May dovrà infatti affrontare le incognite di un voto parlamentare dove le opposizioni – al di là delle divisioni fra chi invoca il referendum bis e chi, come il leader del Labour, Jeremy Corbyn, punta invece sulla strada di elezioni anticipate per tagliare i nodi – sembrano compatte sul piede di guerra. Ma prima ancora di approdare in aula, il problema della premier è salvare la sua poltrona e la maggioranza dall’implosione. Uno scenario tutt’altro che remoto a giudicare dalle divisioni intestine e dai malumori frastagliati dei Tories scontenti: da un lato quelli dei ‘brexiteers’ duri e puri, fra 40 e 80 deputati a seconda delle stime, alcuni dei quali si sono già rivolti a Graham Brady, presidente del comitato organizzativo 1922, per presentare istanze di mozione di sfiducia contro lady Theresa; dall’altra quelli dei moderati pro-Remain (12 o poco più), ormai unitisi al coro trasversale che si aggrappa all’idea (improbabile, non più impossibile) d’una rivincita referendaria. E questo senza contare la destra unionista nordirlandese del Dup, vitale alleato per la tenuta del governo in parlamento, allarmata da un testo d’intesa – ben visto a Dublino – che lascia aperta la porta per il futuro a un legame fra Irlanda del Nord e Ue “più profondo” rispetto a quello del resto del Regno. La premier sembra poter contare se non altro sullo zoccolo duro ‘centrista’ del gruppo conservatore ai Comuni, fra 200 e 260 deputati, stando a un pallottoliere sempre più oscillante: sufficienti a proteggerne la leadership in caso di formalizzazione della mozione di sfiducia (ne bastano 158); non certo a garantire la maggioranza parlamentare quando e se la bozza d’intesa arriverà in aula per il prendere o lasciare.

“Gli sviluppi al Parlamento britannico saranno decisivi”: se non sosterrà l’accordo e ”in assenza di ulteriori sviluppi, l’Ue e la Gran Bretagna si avvieranno verso una Brexit no deal per default”, afferma l’agenzia di rating Moody’s.

BRUXELLES ATTENDE – “Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati” sulla Brexit con la Gran Bretagna, ha commentato il capo negoziatore Ue Michel Barnier. “Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi” per un “ritiro ordinato” della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per “la relazione futura” tra le due, ha sottolineato Barnier. “Siamo giunti a un momento importante in questi negoziati straordinari” sulla Brexit ma “resta molto lavoro da fare, il cammino è ancora lungo e difficile per garantire un’uscita ordinata e costruire un partenariato futuro”, ha specificato il capo negoziatore Ue dopo l’ok del governo britannico all’accordo di divorzio dall’Ue. Sarà “possibile estendere il periodo di transizione” della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 “attraverso un accordo congiunto” nel caso in cui “non saremo pronti per il luglio 2020” a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese. E “solo se giungerà al termine il periodo di transizione senza accordo, allora scatterà il backstop” sui cui è ora stata trovata un’intesa tra Ue e Gran Bretagna, ha annunciato Barnier.

Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre, alle 9,30. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa congiunta col capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier. Barnier, dopo aver visto Tusk, andrà oggi a Strasburgo dove il Parlamento europeo è riunito in plenaria per informarlo degli ultimi sviluppi. È infatti necessario anche l’ok dell’Aula per avallare l’accordo sulla Brexit.

“Nei prossimi giorni proseguiremo come segue – ha spiegato Tusk -. L’accordo ora viene analizzato dagli Stati membri. Alla fine di questa settimana, gli ambasciatori dei 27 si incontreranno per condividere la loro valutazione sull’intesa. Spero non ci siano troppi commenti. Discuteranno anche il mandato alla Commissione per la finalizzazione della dichiarazione politica congiunta sulla relazione futura tra l’Ue ed il Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura”. “La Commissione intende concordare la dichiarazione sulla relazione futura col Regno Unito entro martedì – aggiunge -. Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno il tempo di valutarla. Questo significa che gli sherpa dei 27 devono concludere il loro lavoro per giovedì. A quel punto, se non succede niente di straordinario, terremo una riunione del Consiglio europeo, per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit”. “Prendo atto” dell’accordo sulla Brexit “ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose’, e che occorresse lavorare per controllare i danni conseguenza di questo divorzio”, ha aggiunto il presidente del Consiglio europeo.

“Ogni membro del gabinetto che è un autentico Brexiteer deve dimettersi subito o non sarà più attendibile, questo è il peggior accordo della storia“, ha scritto su Twitter l’europarlamentare euroscettico britannico Nigel Farage commenta l’ok del governo britannico alla bozza d’accordo sulla Brexit definita a Bruxelles.

“Mentre spero che un giorno il Regno Unito tornerà, nel frattempo questo accordo renderà possibile la Brexit, pur mantenendo una stretta relazione tra l’Ue e il Regno Unito, una protezione dei diritti dei cittadini ed evitare un confine irlandese duro”, è stato invece il commento del leader dei Liberali (Alde) al Parlamento europeo Guy Verhofstadt su Twitter.